05/11/14

74. Delizie d'oltreoceano (con scuse iniziali)

A volte ritornano. La peste nera, ad esempio, che dopo l’ecatombe del 1348 più volte è tornata ad affacciarsi sul continente europeo. Questo non significa certo che noi siamo nocivi come un morbo (infatti crediamo di essere assolutamente peggiori), ma che pochi di voi sentivano la nostra mancanza. Perché siamo spariti così, senza lasciare neppure una nota di commiato?
Ce ne scusiamo: ci serviva un po’ di pausa per rinvigorire la nostra ispirazione, che negli ultimi post si era afflosciata come il membro virile di un uomo alla soglia dei sessanta. Nel frattempo ci siamo fatti più vecchi e più saggi: i toni si sono ammorbiditi; il cinismo e la goliardia che ci hanno caratterizzato fino a questo momento lasceranno spazio, lo vedrete, a un pacato distacco. Questo non significa che abbandoneremo la nostra formula: continuerete a leggere stralci di inutile letteratura dei secoli scorsi; solo, il nostro contributo sarà un po’ meno “casinista” e più leggero. I blog autobiografici, autoreferenziali e pieni di citazioni poetiche li lasciamo agli altri.

Il quid che ci ha solleticato le narici e invogliato a tornare a farvi compagnia è contenuto nelle Operette morali di Giacomo Leopardi (Recanati, 28 giugno 1798 - Napoli, 14 giugno 1837), per la precisione in un dialogo intitolato La scommessa di Prometeo (pubblicato per la prima volta nell’edizione Stella, Milano, 1827, per dimostrarvi che abbiamo avuto il coraggio di leggerlo veramente). Senza dilungarci sul contenuto, sappiate che ci sono diversi riferimenti alle prime spedizioni spagnole in America, quelle del XVI secolo, per intenderci. In una nota a margine scritta dallo stesso Leopardi è riportato un passo della Chronica del Perù (1554) di Pietro di Cieza, in cui si racconta delle interessanti abitudini alimentari degli Indios. Come direbbe un nostro caro amico: «Che fai, te ne privi?»
Dobbiamo ringraziare di cuore Rosita Mazzilli, che ha gentilmente tradotto il brano dallo spagnolo (sì, perché il nostro buon recanatese lo ha trascritto nella sua lingua originale senza pensarci troppo. Del resto lui sapeva tutto, siamo noi le capre).


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Scontro tra Indios e conquistatori. Incisione tratta dal De
America (1592) [storiadigitale.zanichellipro.it]
La seconda volta che tornammo dalle parti di quelle valli, quando la città di Antiocha [1] era popolata nella zona delle montagne che si ergono sulle suddette valli, sentii dire che i signori o i tiranni di queste valli di Nore [2] cercavano nelle terre dei loro nemici tutte le donne che potevano; queste donne, una volta portate a casa con sé, le usavano come fossero di loro proprietà; se rimanevano incinte, i figli che nascevano da queste li facevano crescere nell’agio finché raggiungevano i dodici o tredici anni di età; dopo di che, da questa età in poi, una volta che erano in carne, li mangiavano con molto gusto senza dar peso al fatto che erano carne e sostanza propria. In questo modo tenevano con sé le donne solo per fare figli e poterli mangiare. Questo era il peccato più grande tra tutti quelli che fanno. E date per certo ciò che vi dico dopo aver visto cosa successe con Juan de Vadillo [3] (che quest’anno si trova in Spagna; e se ve lo chiedono rispondete che quello che dico è vero). Successe che la prima volta che entrarono dei cristiani spagnoli in queste valli, e siamo stati io e i miei compagni, arrivò un signorotto che si chiamava Nabonuco e che aveva con sé tre donne. Quando si fece notte due di queste donne si misero sdraiate su di un tappeto e l’altra di traverso a fare da cuscino; così l’indiano si stese sui loro corpi e prese la mano di un’altra bella donna che era lì con altra gente che era arrivata dopo. Così Juan de Vadillo, vedendoli in quel modo, gli chiese perché aveva portato quella donna a cui aveva preso la mano: guardandolo in faccia lui rispose tranquillamente che l’aveva fatto per poterla poi mangiare e che se non fosse arrivato lui l’avrebbe già fatto. Vadillo, sentito questo, si spaventò e gli disse: come fai a mangiare la tua donna? E lui alzando la voce continuò a rispondere dicendo: guarda, guarda! E anche se partorisse un figlio lo mangerei! Questo che ho appena detto successe nella valle di Nore e in quella di Guaca [4] e ho sentito dire da Juan alcune volte, cose che seppe per sentito dire, di alcuni indiani anziani [5] che quando andavano in guerra catturavano gli indiani e li schiavizzavano. Quelli, che li facevano sposare con le loro donne o parenti, e i figli che nascevano da loro, li mangiavano. E che dopo mangiavano anche quegli stessi schiavi, quando erano ormai vecchi e non avevano più le forze per riprodursi. In realtà, dato che questi indiani non avevano fede, non potevano conoscere neanche il demonio che li avrebbe potuti spingere a commettere tali peccati per quanto cattivo e perverso fosse. Lo facevano più come atto di dimostrazione di valore e coraggio che per peccato.

Le care, vecchie note che non muoiono mai:

[1] Oggi Antioquia, dipartimento della Colombia. [2] Secondo sito per grandezza della città di Antioquia. [3] Generale spagnolo. Fu governatore di Cuba dal novembre 1531 al settembre 1532. [4] Città della Colombia, nel dipartimento di Santander. [5] Ossia gli Indios, i nativi americani, così chiamati dagli occidentali per via del famoso “errore” di Cristoforo Colombo, che credette di aver raggiunto le Indie Orientali ignaro di aver scoperto un nuovo continente.

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Salutiamo gli indigeni sudamericani e i loro piatti da gourmet, che un tempo chiamavano forse nonno oppure zio. Gentili amici (cit.), il carrozzone di Uroboria è ufficialmente ripartito dopo un lungo pit stop. Siamo pronti ad allietarvi nuovamente con tanta letteratura scabrosa et molesta. Alla prossima puntata!

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