30/12/13

LXIX. Parvae Quaestiones, vol. 4: La scalata dell'obelisco

ATTENZIONE! Il seguente articolo contiene ± 3150 parole. Leggete a vostro rischio e pericolo.

Buongiorno a tutti, tanto ai simpatizzanti quanto ai detrattori di Uroboria. Tra un tentativo fallito di suicidio e l'altro, eccoci arrivati al capolinea di un nuovo anno solare: corre veloce il tempo, eh? Siamo proprio a corto di argomenti per ricorrere a siffatte, banali considerazioni sulla vita, eh? In effetti, ben venga che i giorni si susseguano come gli attacchi di panico per un claustrofobico bloccato in ascensore, perché, in tutta franchezza, siamo stanchi di essere giovani, belli e disoccupati. Vogliamo lanciarci nel grande mondo della partecipazione politica e rubare un sacco di s... ehm, prodigarci per il bene comune. È ora di diventare responsabili, insomma.
Tuttavia, prima di compiere il grande passo c'è un capodanno da festeggiare, e in mezzo una certa quantità di sostanze alcoliche da ingerire, come prescrive la tradizione. Uroboria ha deciso di chiudere questo fertile mese di dicembre in bellezza, con un nuovo, sfolgorante capitolo di Parve Quaestiones. Eh già, ben due in un anno. Siamo proprio ispirati, eh?
… Per favore, no! Non cliccate sulla ics rossa! Faremo tutto ciò che vorrete.
Argomento del giorno: alcuni caratteri tipografici poco conosciuti, oggetto di feticismo per i maniaci come noi, che solo in apparenza sembrano buttati lì a caso, giusto per arricchire di strambi glifi la mappa caratteri dei font; in realtà vi dimostreremo che hanno alle spalle una storia illustre, a volte un po' nebulosa e congetturale, ma comunque piena di fascino. I caratteri di cui vogliamo parlarvi sono l'asterisco *, l'obelisco (detto anche obelo o pugnale) ma soprattutto la sua austera e misteriosa variante(?)*, il doppio obelisco o diesis . Sarà un viaggio lungo e noiosissimo, ergo mettetevi comodi e munitevi di pop corn.

Antefatto

21 dicembre 2013, ore ~23:00. Al tavolo di un irish pub situato nel centro storico di Grosseto, in Piazza del Sale, a pochi metri da Porta Vecchia, siedono il Presidente di Uroboria, Lapo Dini, un'avvenente ragazza e uno studente di medicina. Il Presidente sorseggia un modesto succo d'arancia, e per questo viene schernito dai tre amici, nei cui bicchieri ondeggiano alte gradazioni d'alcol. Ad un certo punto, in uno di quei momenti di inspiegabile silenzio che seguono a una conversazione movimentata, il Presidente ha un lampo di genio: «Lapo, per caso hai mai visto questo simbolo?» dice, mostrandogli un .jpeg con la diesis in tutto il suo arcano splendore. «No,» risponde il Baffo «ma prova a cercare 'double dagger' su internet e vedi cosa vien fuori». L'avvenente ragazza e lo studente di medicina se ne fregano abbastanza della questione.
La pagina (inglese) di Wikipedia dedicata all'obeliskos è ricca di dati riguardo alla sua storia, ma quasi tace per quel che concerne il doppio obelisco, limitandosi a includerlo come variante e proponendone una lapidaria casistica degli usi principali. Il Presidente resta deluso dalla pochezza di informazioni, ma ecco che un nuovo lampo di genio lo attraversa: «Ho alcuni amici che studiano lettere classiche: loro sapranno dirci qualcosa in più». L'avvenente ragazza e lo studente di medicina, rassegnati, fissano il grande schermo soprastante la porta d'ingresso al bar, sul quale scorrono video musicali a ripetizione.
Neanche i classicisti, interpellati tempestivamente via Whatsapp, sembrano tuttavia conoscere la diesis; anzi, sostengono di non averla mai vista. I tre compagni di bevute, a questo punto, onde evitare che la situazione degeneri, propongono di uscire a fare una passeggiata e la cosa, per il momento, finisce lì.
Il giorno successivo il Presidente comincia un'intensa attività di ricerca e sfoglio compulsivo di pagine web, alla ricerca della storia di questo carattere. Avendo contattato perfino il suo ex professore di filologia classica, e appurato che la diesis non sembra rientrare tra i convenzionali segni diacritici, sempre più acceso dall'aura di mistero irradiata da quei pugnali speculari, il nostro uomo si propone di scoprirne tutto lo scopribile, a cominciare dall'obelisco suo parente più prossimo. Quella che segue è una ricostruzione attendibile (perché supportata da fonti perlomeno dignitose, che non mancheranno di essere citate) della storia di una delle famiglie di segni tipografici più antiche che ci siano. Abbiate pietà delle deboli menti di questi ragazzi, ormai casi persi, e cercate di leggere con il sorriso sulle labbra.

Asterischi, diple, obeli... Mamma, è pronta la pasta?

The Burning of Library at Alexandria in 391 AD, illu-
strazione tratta da 'Hutchinsons History of the Nations'
(circa 1910) - Wikipedia 
Ogni storia che si rispetti comincia in un luogo accattivante: ad esempio in una discoteca piena di gente strafatta che si dimena sulla pista da ballo; oppure all'ingresso di un centro commerciale dove la gente si accalca in attesa dell'apertura dei negozi. La nostra storia, invece, ha luogo in una biblioteca (probabilmente guardiamo i film sbagliati). Non una biblioteca qualsiasi, bensì quella che fu la più grande e famosa del mondo antico, cioè l'Alessandrina, fondata nel III secolo a.C. Una struttura complessa dove alloggiavano studenti delle principali scienze umane, dalla filosofia alla distribuzione comparata degli EV in Pokém... ehm, no, questa è un'altra storia; sta di fatto, insomma, che proprio qui, per la prima volta in assoluto, si compì il primo lavoro di critica testuale ad opera di Zenodoto (Efeso, circa 330 a.C. – ivi circa 260 a.C.).
Il nostro efesino fu, oltre che pioniere della filologia classica, primo direttore del complesso bibliotecario, più o meno dal 280 al 260 a.C.§. Re Tolomeo II gli aveva commissionato la revisione dei testi omerici, che nel tempo, a causa di un sistema di divulgazione culturale fortemente ancorato all'oralità, erano stati corrotti (leggenda vuole che Pisistrato offrisse denaro a chiunque fosse riuscito a recuperare dei versi di Omero, e che molti avessero approfittato della generosità del generale per arricchirsi deliberatamente alle sue spalle||). Per cercare di mettere in ordine il materiale, Zenodoto inventò un sistema tanto semplice quanto geniale: indicò le parti spurie del testo per mezzo di un tratto orizzontale posto ai margini delle righe interessate; come a dire: ok, questa roba non c'entra nulla con Omero, quindi chi l'ha aggiunta è un patetico imbecille. Sei stato tu, Aristofane#?
È con Aristarco di Samotracia (Samotracia, circa 216 a.C. – Cipro, circa 144 a.C.), tuttavia, che il sistema dei segni critici si consolida definitivamente. Accanto ai segni di espunzione, chiamati obeli dal greco obelos, volgarmente «spiedino», a significare il “taglio” delle parti superflue del testo –, furono introdotti nuovi simboli tra cui la dipla >, per indicare i passaggi in qualche modo degni di nota, e una versione della stessa chiamata periestigmena, o dipla punteggiata, per mezzo della quale venivano segnati i passaggi dove Aristarco non concordava con i cambiamenti suggeriti da Zenodoto. L'utilizzo e la funzione dell'obelo rimasero invariati, tuttavia fece il suo ingresso sulla scena un nuovo simbolo, l'asterisco , che da solo indicava le porzioni del testo erroneamente duplicate, mentre in coppia con l'obelo serviva a evidenziare passaggi che, originariamente, si trovavano da un'altra parte all'interno del poema.
Questi segni costituirono la base per tutte le successive opere di revisione critica. Origene di Alessandria (Alessandria d'Egitto, 185 d.C. – Tiro, 254) e il suo team di revisori, per l'edizione esegetica del Vecchio Testamento che prende il nome di Exapla**, fecero largo uso tanto degli obeli (che ora si differenziavano in lemnischi, linee orizzontali comprese in due punti††, e ipolemnischi, in cui il punto superiore era assente; dal greco λεμνίσκος che significa letteralmente «tampone») quanto degli asterischi, mantenendo lo stesso canone di utilizzo codificato dal buon vecchio Aristarco. Avete capito che roba?
Ora, ben lungi dal voler passare in rassegna la storia della tradizione manoscritta‡‡ (esistono i libri di filologia per questo), lasciamo da parte gli asterischi e tutti gli altri segni diacritici che non ci interessano, né in questa né in nessun'altra sede, e concentriamoci sugli obeli, il cuore pulsante della nostra ossessione. Nel corso del tempo si è passati dalla forma conosciuta del lemnisco (rimasto nella simbologia matematica sia come indicatore di un intervallo che come operatore aritmetico della divisione) a quella, moderna, di una spada: sarebbe interessante sapere quando è avvenuta questa trasformazione, ma è piuttosto ovvio che si sia trattato di un fenomeno graduale, a partire dai primi copisti medievali che continuarono ad utilizzare l'obelos in qualità del suo valore critico.
Oggi si conoscono svariate applicazioni in letteratura della nostra amata spada. Vediamone alcune§§:
  • Nella moderna filologia, le parti di un testo prive di significato rispetto al contesto dell'opera (a tal punto che non è possibile elaborare congetture alternative) vengono racchiuse da due obeli, simpaticamente chiamati cruces disperationis.
    Mario si infilò nel tubo warp ma non c'era il tostapane sul tavolo per arrivare dalla Principessa Peach.
  • Nel canto dei Salmi, la presenza di un obelo indica che nel punto indicato è necessario fare una pausa (di durata minore rispetto alle interruzioni contrassegnate da un asterisco).
    Parátum cor ejus speráre in Dómino, confirmátum est cor ejus * non commovébitur donec despíciat inimicos suos. [Ps. 111:7||||]
  • Posto immediatamente prima o dopo un nome di persona, l'obelo ne indica il decesso. Similmente in biologia viene utilizzato per contrassegnare l'estinzione di una specie.
    Anthony Notaro (periodicamente)
Obelo (Sylfaen, 150 pt.)
Con la diffusione della stampa a partire dal XV secolo il corpus di segni diacritici venne uniformato, parallelamente alla necessità di adottare un sistema che ponesse in evidenza parti significative del testo, dando vita alle famigerate note a piè di pagina (concettualmente diverse rispetto alle glosse, notazioni apposte dagli scrittori a margine del foglio e/o tra le righe di testo di origine antichissima): il lettore doveva riuscire a localizzare a colpo d'occhio la sezione esplicativa di una parola o di un paragrafo, ragion per cui nelle edizioni a stampa fiorirono lettere e simboli che rimandavano alle relative note, contrassegnate ciascuna dal medesimo carattere. Geniale, no? E sapete quali segni furono demandati a tale oneroso compito? Precisamente: asterischi e obeli, a cui, dopo secoli di onorato servizio in qualità di simboli critici, viene ora affidato un incarico parallelo, che li preserverà nella memoria dell'uomo fino ai giorni nostri.
Non è mai esistito, in realtà – e forse non esisterà mai – un ordine stabilito in base al quale i simboli debbano succedersi nel sistema di notazioni. Keith Houston## dice che «un anonimo autore del XVI secolo delineò una sequenza piuttosto tortuosa, aggiungendo note etichettate secondo quest'ordine: d, e, f, *, d, *, e, f, g, h, i, * e l […], mentre un testo più “tranquillo” del XVIII secolo avrebbe potuto impiegare lo schema *, †, || e ***.» Se fate una ricerca sul grande e orwelliano Google troverete, nei siti che parlano di inutilità di questo genere, che di norma si tende a dare per buona la sequenza *, †, ‡, §, || e # (a partire dalla settima nota viene usata una coppia di simboli, **, ††, ‡‡ ecc.; mentre dalla tredicesima in poi se ne mettono tre, ***, ††† e via di seguito. Giova a questo punto far presente che «Beyond three, numbered footnotes are always preferable, even if you are David Foster Wallace» [da Typography.com]; e come non essere d'accordo). Ora, finalmente, avrete capito cosa diamine significano i simboli rossi che state incontrando nella lettura di questo post. Dite la verità, siamo dei burloni, eh?
Giusto per chiudere il discorso, ecco a voi un esempio, tratto dal Blackwood's Edinburgh Magazine del 1819 (p. 195), di note a margine che osservano la sequenza più comune, con la sola eccezione del pilcrow in italiano “piede di mosca” – in sostituzione del cancelletto:

Credits: english.stackexchange.com

Tuttavia, quando le note erano molte, si poteva utilizzare una sequenza numerata, come dimostra quest'altro esempio (da The Gentleman's Magazine, vol. 62, gennaio 1792, p. 70):


Il mistero di Re Diesis (no, non la nota)

Due eleganti versioni tipografiche,
entrambe con grazie, della diesis: da
sx, EB Garamond e IM FELL French
Canon PRO (150 pt.)
Il piatto forte della nostra portata “tipografica”, però, è il doppio obelisco, o diesis (pl. dieseis: hai visto, Federica? L'ho imparato!): in poche parole, un obelo con due impugnature speculari che convergono verso il centro. È presente in tutte le famiglie di font, il che significa che, almeno sul piano teorico, una sua importanza ce l'ha; tuttavia poche persone sembrano sapere qual è. Wikipedia lo associa inevitabilmente all'obelo moderno semplice, presentandolo come variante e delineandone gli usi principali (in chimica indica uno stato di transizione, mentre nella simbologia degli scacchi, come alternativa di '++', denota lo scacco matto): sembra che nella Bibbia di Ginevra del 1560, talmente apprezzata che perfino Marlowe e Shakespeare se ne servirono per le loro citazioni, i “double daggers” indicassero che la traduzione letterale di una parola o un passo erano riportate a margine, a cui il lettore veniva indirizzato. La Bibbia di Ginevra, tra l'altro, doveva la sua popolarità nel XVI secolo proprio alle numerose annotazioni di cui era corredata, che permetteva quindi di comprendere e interpretarne i punti più nebulosi. Naturalmente alla Chiesa non andò giù che i traduttori cercassero di sollevare dall'ignoranza i lettori e dargli qualche strumento in più per formarsi una coscienza critica, e così osteggiò con tutte le proprie forze la diffusione della Bibbia ginevrina (che infatti non fu più stampata dopo la prima metà del XVII secolo); anche se la sua permanenza nel circuito dell'editoria non è durata molto, tuttavia è stata più che sufficiente perché se ne conservassero degli esemplari.
Dunque sappiamo che, accanto alla versione “standard” dell'obelo, anche le dieseis erano già conosciute e utilizzate nei sistemi di annotazione. È altrettanto noto il loro utilizzo in musica per indicare un leggero cambiamento di tonalità†††. Tuttavia, la domanda che noi ci poniamo è: quando esattamente si è affermata questa variante, ammesso che di semplice variante si possa parlare, del caro, vecchio obeliskos a una sola impugnatura? Abbiamo provato a chiederlo a Paul Harding, direttore di Seiyaku.com (un interessante e dettagliato sito con le più varie curiosità, che vi consigliamo di visitare), il quale ha detto: 
[…] The dagger, like a knife, is used for cutting something. The double dagger suggests a larger or more important cut. Similarly for punctuation in writing, the double dagger would have greater significance than a single dagger.In Christian literature, the cross symbol is an obvious choice for various typographical uses. The double dagger, depending on the font used, often has rounded arms. This makes it look more like a fleur de lis, which [...] was made popular by French royalty. The sovereign association makes it even more suitable in the print of Christian literature.[…] It is fascinating and I wish we knew all the answers. I imagine the writers who first used the symbol so many years ago, must have been rather clever scribes, writing wonderful work, and perhaps too busy and important to waste time explaining their choice of marking. We just don’t know, but it’s fun to guess and imagine.‡‡‡
È vero, è divertente immaginare da quale insano cervello – certo meno insano di noi che ne parliamo – sia scoccata la scintilla di creatività che ha portato alla nascita tanto dell'obelo moderno semplice quanto del doppio. Purtroppo, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile andare oltre quel che abbiamo già detto, cioè che la diesis venisse utilizzata come segno grafico musicale e nei sistemi di notazione (impiego, quest'ultimo, che permane anche in epoca moderna, sia pure ormai in forma marginale perché soppiantato dalle sequenze numeriche). Volendo fare un parallelo, in modo del tutto informale dato che non abbiamo né le conoscenze né le referenze necessarie per avanzare ipotesi “scientifiche”, con gli obeloi più antichi, di Origeniana memoria, si potrebbe osservare una sorta di evoluzione grafica partendo dalla forma stilizzata dei lemnischi per arrivare alle sinuose geometrie delle moderne dieseis:



Tenete presente, lo ricordiamo, che è solo una ridicola ipotesi, però ha comunque un certo fascino, vero? D'altra parte i punti del lemnisco potrebbero essere stati rielaborati magari in epoca medievale, sull'onda della nascita di simboli grafici più esotici come le famose manicule ☞, largamente utilizzate tra XII e XVIII secolo; anche se accettassimo questa congettura – solo tra di noi, eh – resterebbe da vedere se le dieseis conservassero o meno la stessa funzione dei lemnischi, cosa che non siamo proprio in grado di fare. Tutto quel che siamo riusciti a trovare ve l'abbiamo esposto, ma se scoviamo qualche aneddoto in più non esiteremo a segnalarlo.
Chissà, gente, chissà! Capite adesso per quale motivo il Presidente è impazzito su quest'argomento? Già, probabilmente voi non lo comprendete perché siete normali, ma vi assicuriamo che da diverse notti il povero ragazzo non riesce a dormire, convinto che dietro al “double dagger” si celi un misterioso potere. Speriamo che l'anno nuovo lo liberi da questa sua ossessione perché possa tornare a dedicarsi ad attività utili, come l'allevamento di murene da latte.
Molto bene! I coraggiosi che si fossero spinti fino alla fine di questo infinito post hanno diritto a un premio: un bell'esemplare di murena da latte, appunto, da esporre in bella vista in una teca di plexiglas oppure da arrostire per il cenone di capodanno, al posto del classico cotechino. Lunga vita a voi e alla vostra infinita pazienza! A presto e buon 2014.

Un ulteriore esempio di impiego della diesis è contenuto in Ruth Kelso, Doctrine for the Lady
of Renaissance
(1956), dove l'autrice, nella compilazione della bibliografia di volumi per l'educa-
zione delle fanciulle, contrassegna con questo simbolo i titoli non identificati oppure citati da fonti
terze, dunque in un certo senso "tagliati fuori". Utilizzo non troppo dissimile da quello, già
visto negli obeli, che indica il "decesso" o la scomparsa dell'elemento a cui sono correlati

Note
* Ammesso che di variante si possa parlare. Continuate a leggere per saperne di più... È successo davvero! Non pensiate che ci stiamo inventando qualcosa. Letteralmente “doppio pugnale”. § Le date sono quelle riportate da Wikipedia, con tutte le limitazioni che la cosa comporta. || Houston K., Shady Characters: The Secret Life of Punctuation, Symbols, and Other Typographical Marks, W. W. Norton & Company, New York - London 2013, p. 99. # Non il commediografo, eh, ma Aristofane di Bisanzio (circa 257 a.C. – circa 185-180 a.C.), succedaneo di Eratostene di Cirene alla direzione della Biblioteca. ** Letteralmente “sestuplo”, così chiamata per via delle sei versioni della Bibbia disposte su colonne affiancate di cui era composta. †† In poche parole, questo: ÷. Notevole, vero? ‡‡ Il già citato testo di Houston è molto buono in questo senso. §§ Per l'elenco completo clicca qui. |||| In questa pagina trovate un link con ulteriori esempi di salmi, casomai foste interessati (certo, come no). ## Houston K. op. cit., p. 111. *** In inglese “therefore sign”, il cui uso moderno consiste, in logica, nell'abbreviazione di “perciò” o “quindi”. ††† Houston K. op. cit., p. 119. ‡‡‡ «Il “pugnale”, proprio come un coltello, viene utilizzato per “tagliare” qualcosa. Di conseguenza, la diesis potrebbe suggerire un “taglio” più esteso o più importante. Allo stesso modo della punteggiatura nella scrittura, il doppio obelisco potrebbe avere un significato maggiore rispetto all'obelo semplice. Nella letteratura cristiana il simbolo della croce costituisce una scelta obbligata per svariati usi tipografici; il doppio obelisco, a seconda del font che si utilizza, ha spesso delle impugnature arrotondate, cosa che lo rende più simile ad un fleur de lis, simbolo molto popolare presso la nobiltà francese. Una simile associazione con la regalità lo renderebbe ancor più adatto nelle edizioni della letteratura cristiana. Tutto questo è molto affascinante, e vorrei tanto che tutti conoscessimo la risposta. Immagino che gli scrittori che, per primi, hanno fatto uso di questo simbolo, così tanti anni fa, debbano essere stati molto intelligenti, intenti a scrivere opere magnifiche, e probabilmente troppo impegnati e importanti per mettersi lì a spiegare la scelta della loro simbologia. Noi non sappiamo, ma è divertente provare a indovinare.»

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