25/07/13

LVII. Parvae quaestiones, vol. 3: Storia del Manoscritto Voynich

Benvenuti, amici dell’Eternità, al terzo, inaspettato e insperato appuntamento con la rubrica Parvae quaestiones, che di sicuro avrete dato per morta, essendo stata lasciata a impolverare per più di un anno: allora perché, direte voi, perché svegliare di nuovo il Mostro? Per quale motivo scrivere un altro papiro di cui a nessuno importa e che nessuno leggerà? La risposta è candidamente semplice: perché ci stiamo annoiando, fuori fa troppo caldo, Bittorrent non funziona. Mettete insieme questi tre accidenti: all’improvviso la vostra mente si espanderà e tutto vi risulterà chiaro.
Il responsabile di Uroboria, inoltre, è convinto che simili post siano propedeutici tanto al suicidio, per chi fosse eventualmente indeciso se valga o meno la pena vivere un giorno in più, quanto alle attività intestinali, uno dei problemi più spigolosi che interessano le società occidentali, strette nella morsa dei cibi da fast food e di un’esistenza troppo sedentaria: ma ecco che accendete il vostro laptop, vi collegate a Uroboria, leggete una decina di righe e subito le vostre budella cominceranno ad agitarsi come dervisci. Affinché non pensiate che, typical me, typical me, typical me!, ci divertiamo a sguazzare nelle iperboli, sappiate che l’argomento di questo terzo capitolo è il famigerato Manoscritto Voynich. In pratica, vogliamo fare il punto su questo assurdo libro (sul quale peraltro esiste una bibliografia di due o tre migliaia tra articoli, saggi e deliranti esperimenti di decrittazione) ripercorrendo, nei limiti del possibile, le fasi salienti della sua storia e analizzandone il contenuto, più altre amene osservazioni per ricondurre il tutto a un semplice sproloquio da taverna; perché, come sapete, Uroboria mal sopporta le cose impegnative.

– Scusa un secondo: il Manoscritto che?

Sezione "botanica", foglio 33v (questa e
tutte le altre immagini del Manoscritto so-
no state digitalizzate dalla Beinecke Rare
Book and Manuscript Library, Yale Univer-
sity; vedi sotto)
Anno del Signore 1912. Wilfrid Voynich, commerciante di libri antichi, nato a Grodno (all’epoca facente parte dell’impero russo) e successivamente naturalizzato inglese, si reca baldanzoso in visita al collegio gesuita di Villa Mondragone, a Frascati. I poveri preti hanno bisogno di sghei per rimettere in sesto la loro umile dimora, e così vendono al buon Vilfrido una trentina di tomi tra cui il famoso Manoscritto (nome in codice MS 408). Trattasi di un volumetto di 23x16x4 cm, 204 pagine con numerazione araba, scritto in una lingua non identificata e corredato di una serie di illustrazioni a colori in base alla quale l’opera è stata classificata in cinque sezioni: la prima (fogli 1-66) denominata botanica, contenente 113 disegni di piante, alcune delle quali sconosciute; la seconda (fogli 67-73) chiamata astronomica o astrologica, dove sono presenti 25 diagrammi che sembrano fare riferimento a stelle, costellazioni e segni zodiacali; la terza (fogli 75-86) detta biologica – e qui viene la parte più assurda –, con illustrazioni di figurine femminili nude, forse incinte, rappresentate nell’atto di immergersi fino al ginocchio in un non meglio precisabile liquido verde all’interno di vasche comunicanti(!), oppure mentre sono impegnate in attività altrettanto incomprensibili, ad esempio infilare le braccia all’interno dei tubi che mettono in collegamento le vasche stesse, a volte non più grandi di bacinelle. Dite la verità: se non ci fossero le immagini a provarlo pensereste che ci siamo calati un acido. Alla parte biologica segue un foglio, ripiegato sei volte, dove sono rappresentate nove figure circolari diverse; subito dopo troviamo la quarta sezione (fogli 87-102), farmacologica, così chiamata per via dei disegni di ampolle e fiale, tipici delle antiche farmacie, ma soprattutto di piante ed erbe verosimilmente medicinali. Nell’ultima sezione (fogli 103-204) scompaiono quasi del tutto le illustrazioni – eccezion fatta per delle piccole stelle sulla parte sinistra delle pagine, accanto alle righe – e il testo si fa molto fitto, peggio che nei dizionari Rocci e Badellino-Calonghi (chi ha frequentato il classico ne avrà certamente sentito parlare): si presume si tratti di una specie di indice che rimanda alle varie trattazioni dell’opera.
Sezione "astronomica" o "astrologica", fo-
glio 68v
Quindi il vecchio Voynich va da padre Giuseppe Strickland, il suo aggancio nell’operazione “saccheggia i preti sprovveduti”, e si fa consegnare i libri. Tra questi scova il MS 408 (classificazione data dalla Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’università di Yale, dove attualmente è conservato. A questo indirizzo è possibile consultare una galleria parziale di fogli digitalizzati dell’opera) ma non è in grado di decifrarne i caratteri; si limita a dire che ci sono delle annotazioni in greco antico – osservazione clamorosamente smentita da William Newbold dopo essersi reso conto che si trattava in realtà di crepe nella carta – e a datare l’opera al XIII secolo, stando a quello che dice Wikipedia. Intuizione, quest’ultima, non troppo errata, dato che l’analisi al C-14 di quattro microscopici campioni di pergamena ne ha fatto posticipare la stesura almeno alla prima metà del XV secolo (studi successivi sugli inchiostri hanno poi confermato il periodo di appartenenza), dunque sempre entro il Medioevo. Cade quindi ogni altra ipotesi Mistero-style che vuole il Manoscritto figlio dell’ingegno malato della Longhi family (Martino il vecchio, Onorio e Martino il giovane, noti architetti italiani vissuti tra la fine del XVI e la prima metà del XVII secolo), o che comunque sia coevo all’edificazione di Villa Mondragone (1587), secondo quanto affermava nel 2009 Richard Rogers, informatico; uno dei tanti oddballs, come li definisce il buon Reed Johnson, che si sono cimentati nella risoluzione di questo mistero.
Ma stavamo parlando di Vilfrido. Acquisita l’opera misteriosa se ne torna a Londra, dove risiede insieme alla moglie Ethel Boole, e tra le danze segrete dei topi nella polvere del suo negozio di libri antichi (alcune malelingue sospettavano fosse un luogo di ritrovo per rivoluzionari che si opponevano al regime zarista) comincia a diventarne ossessionato.
«Hey dear, I’ve been to Italy1 and an idiotic priest sold me this book. It is written in an idiom I ignore, actually, but I just cannot stop looking at these pictures... By the way, what’s for dinner?» Immaginiamo che le cose siano andate più o meno così. A questo punto, per cercare di venire a capo della faccenda, Voynich si rivolge al professor Newbold di cui sopra, incaricandolo di decifrare la stramba scrittura, fluida e tondeggiante, del Manoscritto. Ed il caro William non è che abbia preso la cosa sottogamba, anzi: praticamente spese gli ultimi anni della sua vita e le poche diottrie che gli erano rimaste nel tentativo di dare un senso a quei caratteri mai visti. Passò i vari fogli in rassegna sotto una lente di ingrandimento e incominciò a ricopiare fedelmente i “pattern” di inchiostro che ogni lettera sembrava formare, ma che altro non erano che una serie di scarabocchi del tutto casuali originati dall’essiccatura e dalle crepe dell’inchiostro stesso. Newbold però era convinto di aver capito tutto: quei ghirigori erano la chiave, il contenuto occulto dell’MS 408. Naturalmente ci mise poco ad arrivare il guastafeste di turno, dimostrando che William o era ubriaco fradicio oppure incominciava a manifestare i primi sintomi di una malattia degenerativa.
Sezione "biologica", foglio 78r
In questo caso i guastafeste furono due: un altro William, tale Friedman, l’uomo che riuscì a decrittare il Purple code giapponese durante la seconda guerra mondiale, e la signora Elizabeth, sua moglie. Questa simpatica coppia, che tempo prima era stata ingaggiata da un altro psicolabile convinto che nelle opere di Shakespeare si nascondessero degli indizi che ne avrebbero rivelato il vero autore (indovinate un po’ come andò a finire la cosa?), mise insieme un gruppo di ricerca e studio, il First Voynich Manuscript Study Group con sede a Washington, che sudò settemila camicie e bestemmiò a lungo sul Manoscritto senza tuttavia cavare un proverbiale ragno dal proverbiale buco. I coniugi Friedman dichiararono, con una punta di rimorso per aver sprecato circa trent’anni della loro esistenza in quel modo, che craccare il codice dell’MS 408 era «impossibile». E c’era da credere che, dato che a sostenerlo non era proprio l’ultimo degli stronzi bensì un individuo in grado di decifrare sistemi di comunicazione segreti, tale assioma dovesse essere vero. Ma si sa, quando c’è di mezzo un mistero tanta è la curiosità umana che nemmeno l’ira di Dio è in grado di arrestarla: dagli anni ’50 ai giorni nostri pletore di professori, filologi, fisici, programmatori informatici, giardinieri e allevatori di lumache hanno cercato in tutti i modi di fornire la soluzione definitiva, però non c’è mai riuscito nessuno. Allora si è cominciato a pensare che il Manoscritto Voynich fosse... Siete pronti? Un falso, una cosa del tutto senza senso, studiata ad arte per spillare grosse quantità di soldi ad appassionati di alchimia e cercatori di rarità.

Ok, dieci minuti di pausa e poi riprendiamo il sermone. Se dovete andare in bagno, fare una doccia, fumare una sigaretta o indugiare in attività illecite di qualsiasi tipo, ora è il momento.

Sezione "farmacologica", foglio 99v
Ma a chi è appartenuto il Manoscritto prima di finire nelle mani di Wilfrid? Dobbiamo tornare indietro ai tempi di Rodolfo II d’Asburgo, grande appassionato, sembra, di cose riguardanti l’alchimia e l’occulto, nonché primo acquirente accertato del Voynich. Pagò la bellezza di 600-630 ducati – circa 90 mila dollari – ad un tale John Dee (non se ne ha la certezza assoluta ma i tizi di Yale sostengono che è «very likely»), astrologo inglese, che negli anni 1582-86 si trovava a Praga ed era in contatto con Sua Altezza. L’alta probabilità che fosse proprio il vecchio Dee ad aver venduto il Manoscritto a Rodolfo II trova riscontro in un’affermazione del figlio Arthur2, secondo il quale il padre, mentre si trovava in Boemia, possedeva «a booke ... containing nothing butt Hieroglyphicks, which booke his father bestowed much time upon: but I could not heare that hee could make it out.» Successivamente il manoscritto passò di mano al ricchissimo farmacista dell’imperatore, Jacobus Horcicky de Tepenecz, come dimostrato da un’iscrizione, rivelata attraverso un’analisi ai raggi ultravioletti, contenuta all’interno del Voynich. Dal farmacista si passa all’ennesimo trafficante di urobori, Georg Baresch (prima metà del XVII secolo), che, preso nella trappola di questo gioco perverso, trascorse un ventennio abbondante nel tentativo di decifrare il codice del Manoscritto, ma... esatto, assolutamente invano. Disperato, scrisse al gesuita Athanasius Kircher, tuttologo tedesco ricordato più che altro per aver condotto uno dei primi studi sui geroglifici egiziani, inviandogli alcune pagine del misterioso libro e sfidandolo a capirci qualcosa. Solleticato da cotanta provocazione, indovinate un po’?, anche il vecchio Attanasio decise di appendere al chiodo la propria vita sociale (che già doveva essere alquanto risicata, vista la mole di libri che aveva scritto in precedenza) e di dedicarsi anima e corpo alla causa, dopo che Baresch aveva tirato le cuoia e l’MS 408 era passato all’amico Johannes Marcus Marci, di professione scienziato. Marci, decisamente il più savio della compagnia, non volle cimentarsi nell’impresa, limitandosi a commentare con amarezza la repentina follia verso cui Athanasius era degenerato dopo essere entrato in possesso del libro maledetto («[...] Per la sua decifrazione dedicò fatica instancabile, come risulta dai tentativi [di Kircher] che invio con la presente, e ha abbandonato ogni speranza insieme alla propria vita»). Per qualche ragione che, allo stato attuale dell’arte, non ci è dato conoscere, l’MS 408 capitò nelle grinfie dei gesuiti e qui rimase per i tre successivi secoli, fino al fatidico 1921, scampando alla confisca papale (fu trasferito per l’occasione nella libreria personale del capo gesuita Peter Beckx) e mietendo, nel frattempo, chissà quante altre vittime. Per completare il quadro di questi infiniti passaggi di mano bisogna dire che, alla morte di Voynich, la vedova Ethel cedette il manoscritto ad un tale H. P. Kraus, il quale nel 1969 decise di regalarlo alla Beinecke Library, contribuendo così al prestigio di quei baciapile dell’università di Yale.

Esempio di scrittura del Manoscritto (da "Il Manoscritto Voynich", di Sergio della Valle - http://wpage.unina.it/dellaval/Voynich.pdf)

Ma perché nessuno è stato né è tuttora in grado di decifrare i caratteri del Manoscritto Voynich? Domanda legittima dopo quasi tre fogli di Word (sì, perché noi i post non li scriviamo direttamente dalla pagina del blog ma importiamo successivamente tutto il testo, a riprova del nostro stato di salute), posto che qualcuno abbia davvero avuto il coraggio di spingersi sin qui. Ebbene, la risposta è drammaticamente semplice: nessun carattere possiede una morfologia anche solo vagamente riconducibile ad uno o più alfabeti conosciuti. È inventato di sana pianta, ma comunque secondo un criterio logico ben preciso: ciascuna sezione, infatti, presenta dei gruppi di parole (afferenti quindi a determinati concetti) che non si ripetono ovunque in maniera random, ma sono appunto circoscritti a questo o quell’argomento. In altre parole, le sequenze di caratteri della parte dedicata alla farmacologia non è la stessa della sezione botanica, né della sezione medicina. Ogni capitolo ha, quindi, almeno in apparenza, delle precise argomentazioni; ed è proprio su questo punto che insistono i sostenitori della veridicità del Manoscritto Voynich: «Perché diavolo sbattersi a creare un sistema di scrittura coerente così, soltanto per scherzo? È evidente che questo libro nasconde un messaggio occulto, una profezia, la chiave per rivelare la presenza degli alieni in mezzo a noi! By the way, what’s for dinner?»
Vale la pena citare per completezza uno dei più recenti e più famosi tentativi di decifrazione. Gordon Rugg, scienziato, nel 2004 individua nella griglia di Cardano il metodo utilizzato per creare il testo. Il procedimento consiste nel sovrapporre ad una tabella di caratteri un foglio con dei ritagli, lasciando scoperte solo alcune lettere: in questo modo, combinandole insieme, è possibile costruire messaggi segreti. Il problema, tuttavia, è che la griglia cardanica fu messa a punto nel 1550, quindi più di un secolo dopo la probabile stesura del Manoscritto Voynich. Epic fail, Rugg!

Le linee sinuose e tondeggianti dei caratteri dell'MS 408 ricordano vagamente
la scrittura elfica di tolkieniana ispirazione

Bene, è giunto il momento di concludere, anche perché abbiamo perso il conto delle ore passate a scrivere parvae quaestiones, appunto. Volete sapere qual è la nostra opinione? Volete sapere se, per noi, questo benedetto MS 408 contiene una Verità che attende pazientemente di essere rivelata oppure è soltanto una bufala messa a punto in maniera ineccepibile?
Nonostante siamo, tendenzialmente, creature del tutto irrazionali, troppe lacune gravitano intorno alla genealogia di questo libro. Prima di tutto non si sa chi l’ha scritto: Voynich (e prima di lui tutti i nomi di alchimisti/scienziati già citati, imperatore compreso) credeva che l’autore fosse un Ruggero Bacone particolarmente incattivito, il quale per fare dispetto all’umanità aveva scelto di utilizzare un latino artefatto senza tuttavia prevedere le nefaste conseguenze, dal punto di vista clinico, a cui i posteri sarebbero andati incontro; ma evidentemente lui non c’entra nulla, essendo vissuto circa due secoli prima che il Manoscritto venisse alla luce (anche perché nell’opera sono presenti illustrazioni di specie vegetali importate in Europa dal Nuovo Mondo, come il girasole, di certo sconosciute all’epoca di Ruggero). Quindi? Buio totale, ecco. Quel che è certo, però, è che la coerenza nella disposizione dei caratteri lascia intendere, al di là degli intenti, che il Manoscritto sia stato redatto seguendo una certa logica, di cui non è possibile non tenere conto. Altro dato interessante sono le illustrazioni, in particolar modo le strane figure femminili: cosa diavolo rappresentano? Hanno un significato simbolico? Anche qui, se tralasciamo il fine, scherzoso o meno, dobbiamo riconoscere all’autore – o agli autori – tanto una fervida fantasia creativa quanto una mentalità piuttosto emancipata (le donne sono sempre raffigurate nude) per l’epoca; uno spirito, quindi, assolutamente unico e per questo, solo per questo, degno di essere ammirato per l’eternità. O Anonimo Artista, non so se in questo momento stai bruciando all’inferno per aver mandato al manicomio tutta quella gente (un po’ lo meriteresti di certo); in ogni caso avrai sempre il mio rispetto.
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1. In realtà Voynich non menzionò espressamente Villa Mondragone, ma si limitò ad un vago «an ancient castle in Southern Europe», solo successivamente identificato con il collegio gesuita.   2. Citata in Sir T. Browne, Works, G. Keynes, ed. 1931 v. 6, p. 325.

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Finisce qui il terzo, abominevole capitolo di Parvae quaestiones. Piaciuto (ehm...)? Conoscevate già la storia del Manoscritto Voynich? Siate partecipi del rito collettivo per sconfiggere la noia estiva, suvvia! Non vorrete mica dirci che in questo momento vi trovate in spiaggia a perdere tempo?
Alla prossima, ragazzi!

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