12/08/12

XLI. Muses' Oktagon!

Lapo Dini (Roma 2009)
Buongiorno a tutti, scellerati. L’estate prosegue, e insieme un caldo della Madonna che brucia tutto il creato e invita al fragoroso bestemmiare. Per fortuna manca poco, e poi l’equinozio autunnale tornerà a scheletrire gli alberi e a regalarci notti di quattordici ore abbondanti. Per fortuna che c’è Uroboria, unico blog italiano insieme a La Modaiola a rimanere attivo nel pieno della generale inerzia, e pronto, grazie al suo staff sobrio e composto, a regalarvi l’ennesima perla letteraria anti-crisi, anti-afa e anticrist… Ehm, passiamo oltre.
In realtà oggi abbiam voluto rimpinguare la miserabile sezione dei Poetae Novi, in abbandono da quasi un anno, con alcuni deliziosi componimenti poetici vergati dal Dini (inossidabile Dini) e dal sottoscritto sulla fine dell’anno scolastico 2008-2009. Siccome è parecchia ed eterogenea roba – nel senso che tratta di argomenti differenti – abbiamo realizzato una sorta di “tour” propedeutico alla spiegazione dei singoli sonetti. Un Geo & Geo nella deviazione mentale, insomma.

***

Cominciamo con i primi due, apparsi sul sito di Lapo – qua – in data 22 aprile 2009. Il primo, come da titolo, è un elogio del baffo: il marchio di fabbrica del nostro poeta, che gli dà un’aria a metà tra il carbonaio e il sofisticato dandy di fine Ottocento (e che, per l’appunto, sfoggia fieramente ancora oggi, a distanza di tre anni). A voi.

ELOGIO DEL BAFFO
(Sonetto con abbondanza di enjambement)

Ornamento virile per un labbro
Senza di te spoglio, in millanta stili
Portato diverso, pure ai più vili
Sempre doni il fascino aspro del fabbro.

Oggi, ahimè, raro tu sei, come il gabbro1
Rispetto al basalto, grazie agli ostili
Stilemi di mode nemiche ai fili
Del volto, e che esigono l’uomo glabro2.

Per uscir dalla trista congiuntura
Dobbiamo i nostri gagliardi mustacchi
Tutti insieme sfoggiare con onore

Ed insegnare alla ignara futura
Stirpe, confusa dai femminei tacchi,
Dei villi sotto le nari il valore.
__________
1. Senza scendere in noiosi quanto inutili particolari, si tratta di un tipo di roccia.   2. Nota dell’autore: «Le parole in –abbro erano finite…».

–––

Il secondo introduce scherzosamente una nuova tematica: il lerciume. Questo, a parere di chi scrive, è il punto più alto della produzione letteraria del Dini, in seguito decaduta a una poesia barocca e crepuscolare. Qui c’è tutto il fascino del grottesco, quel senso di perdita di tempo tanto caro a noi sfaccendati, e una giocosità irriverente che strizza l’occhio ai vari Cecco Angiolieri, Folgóre da San Gimignano e via di seguito.

L’UNTO
(Sonetto con inflessioni popolaresche)

Ohibò! Ma c’ho dell’unto sul paltò1!
Forse vien dagli spaghetti aglio ed oglio,
Forse è schizzo della pasta allo scoglio,
Forse l’origine mai la saprò.

Ma, alla fin fine, certo non ne fo
Un dramma, perché anelo, bramo, voglio
Il grasso che cola con cui m’insoglio,
Tanto i vestiti non li laverò.

Anche li dessi ad una lavandaia
Affinché combatta con la patacca
Con armi qual Dixan e Omino Bianco,

Pur getterà la spugna il braccio stanco
Con la macchia rimasta senza tacca
E tocca ammettere «Meglio palaia2
__________
1. Cappotto, soprabito.   2. «Il modo di dire meglio palaia nasce da un resoconto scritto da un messo fiorentino mandato nel pisano, durante la peste del 1630, a prendere atto dei danni recati da questa piaga a quelle terre. Il messo scrisse peggio Palaia ad indicare che la situazione nel villaggio di Palaia era ben più grave che nelle altre precedentemente descritte. Peggio Palaia nel tempo poi si è trasformato in meglio palaia ed usato come tono sarcastico» [da "Scrooge"].

–––

Qualche giorno dopo la pubblicazione di questa roba apparve, tra i commenti, una mia invettiva poetica in risposta al sonetto precedente. Da qui ebbe luogo una specie di “tenzone” a colpi di rime tra il sottoscritto e il Dini, e che sarà il filo conduttore dei prossimi tre sonetti. Come!, altri tre?

OR DUNQUE, MUSA, CANTI LA SPORCIZIA?
(Sonetto di risposta a Lapo Dini)

Or dunque, Musa, canti la sporcizia?
Anco sozzi alloro di lerciume?
Certo tu, Lapo, guati l’immondizia,
E quasi ti sollazzi nel bitume.

Niuno insegnotti la creanza1
Del viver come uomo ben mondato?
Qualora mangi fritto di paranza,
Mescendovi del vino vendemmiato,

Se bel bello ti partirai d’unticcio2
Ti schiferanno tutti per la strada:
Sudicio di pesce e di salsiccio3

Divieni lo zimbello di contrada.
Va’ dunque presso una lavanderia
Se poi t’aggraderà l’uscire in strada.
__________
1. Nessuno ti insegnò il costume.   2. In altre parole: Se, bel bello, te ne andrai in giro con i vestiti tutti unti.   3. Licenza poetica. Dovevo pur incastrare una rima con unticcio, no?

–––

La risposta incollerita di Lapo non si fece attendere troppo. Giocò bene le sue carte, assestando una bella mazzata nell’unico punto debole della mia vecchia Musa (la nuova è molto più cool): il «parlare ampolloso». Quante volte, nel corso della mia meschina carriera di liceale, sono stato preso in giro dai miei gretti compagni di classe, per aver citato la parola «ampolloso» durante un’interrogazione! A distanza di anni posso però dire che hanno fatto bene. Segue una minimale introduzione da parte del mio avversario:

Sento il dovere di difendere il mio operato dalle accuse poste in un italiano improbabile dall’egr. sig. I. Bececco, quindi:

TE1 SBAGLI A LAMENTARTI DI MIA MUSA

Te sbagli a lamentarti di mia Musa,
Perché, pur semplice, è molto più vera
Del tuo italiano, che è preso dall’era
Di Petrarca e del bel Dione di Prusa2.

Proprio degna d’un sofista è l’accusa
Ch’io da mane sia irriso fino a sera,
Quando lo stesso ti tocca e dispera
La dignità che te mi porga scusa.

Illuminazione! Infine ho compreso
Qual deficienza ti porti a velarti
Tra le alte parole dei grandi antichi.

Or che lo so, te verrai vilipeso
Da chi la sua vis3 non vuole celarti,
Che è grande, grossa e dura, mica fichi!
__________
1. Nota dell’autore: «Avanti, qualcuno mi rompa le palle: i te sono tutti voluti».   2. Detto anche Crisostomo («Bocca d’oro»), Dione di Prusa (40 – 120 d.C. circa) è stato un celebre oratore, nonno dello storico Casso Dione. Viene considerato appartenente al movimento della Seconda Sofistica3. Voce latina, significa generalmente «forza» in italiano.

–––

Ivan Bececco (Roma 2009)

A tali insinuazioni non potevo certo restarmene zitto. L’ultima fatica poetica che vi propongo è quindi la mia risposta: una contraccusa che si svolge sul solito, abusato tema dell’ambiguità sessuale. Il mio sonetto va a chiudere questo breve quanto degradante duello, dato che non ci fu mai – per sua negligenza o vigliaccheria – una replica da parte di Lapo. Meglio così, perché è un’ora e passa che sto scrivendo, e inizio ad averne abbastanza.

Sento il dovere di rispondere alle illazioni di Lapo con un adeguato sonetto che si confaccia al suo volgar poetare; quindi:

MI DISPIACE, MUSA, PER LO STILEMA
(Simpatico sonetto di facile lettura)

Mi dispiace, Musa, per lo stilema
Ardito, e per l’ingiusto patema
Che il basso intelletto fustigò
Di quel1 che non deterge il suo paltò.

Cerca quindi la tua di deficienza:
La trovi alla voce ‘Impotenza’;
Vedrai frattanto la tua virilità
Rivolgere ai nodi2 la sessualità.

Hai nondimeno il segno del fabbro,
Che render te dovrebbe un adone:
Perché succhi dunque il pisellone?

Perché disonori l’ardito labbro?
Quando poi s’alza la luna sul letto
Stai, cavando3 smegma dal belletto.
__________
1. Intendi colui che.   2. Riferimento poco felice al cosiddetto «nodo d’amore», o «nodo di Salomone», citato da Dante – nella sua accezione meno sacra – in un sonetto a Forese Donati.   3. togliendo.

***

Chi fu il vincitore di questa improbabile battaglia in rime? Decidetelo voi.
Bene, anche per quest’anno abbiamo reso giustizia alla languente raccolta di “poesie nuove”; magari nel 2013 ci degneremo di aggiungere qualcos’altro. Buona continuazione! A presto.

Nessun commento:

Posta un commento